Associazione Europea Cittadini e Veterani in Uniforme

LIBERIAMOCI DEGLI ELEMENTI TOSSICI CHE INVADONO IL PAESE

20.06.2026

La nostra rivoluzione culturale contro la retorica, l'ipocrisia e i professionisti della propaganda 

di Girolamo Foti

Gli elementi tossici sono ovunque.

Non camminano con il simbolo del pericolo sulla giacca. Non emettono segnali acustici. Non vengono catalogati dalla Protezione Civile. Eppure inquinano il dibattito pubblico, avvelenano le istituzioni e contaminano la vita quotidiana di milioni di persone.

Sono gli specialisti della retorica.

I professionisti dell'indignazione.

I patrioti da conferenza stampa.

I moralisti a giorni alterni.

Quelli che parlano continuamente di sacrificio, ma raramente conoscono quello degli altri.

Quelli che invocano il rispetto delle istituzioni finché le istituzioni non pongono domande.

Quelli che si riempiono la bocca di legalità e poi diventano improvvisamente garantisti quando il problema riguarda il proprio cortile.

Il Paese vive una stagione tragicamente comica.

Assistiamo a scenette internazionali che producono imbarazzo, a incontri diplomatici che sembrano sketch televisivi, a leader che cercano il titolo del giorno anziché affrontare i problemi del mese.

Intanto l'Italia reale continua a pagare il conto.

Il lavoratore.

Il pensionato.

Il militare.

L'appartenente alle Forze dell'Ordine.

La famiglia monoreddito.

Il pendolare.

Chi serve lo Stato.

Ci viene raccontato ogni giorno che siamo una nazione patriottica. 

Che bisogna rispettare le divise. 

Che bisogna sostenere i servitori dello Stato.

Poi però  non incontrano le associazioni sindacali militari e le rappresentanze del comparto.

I contratti vengono annunciati come svolte storiche e, secondo quanto denunciato dalle APCSM, gli aumenti previsti rischiano persino di risultare inferiori a quelli del precedente triennio.

Se un sindacalista militare protesta, viene richiamato.

Se insiste, viene colpito.

Se alza troppo la voce, rischia procedimenti, sospensioni e, indirettamente, la perdita delle cariche democraticamente ottenute.

La libertà di rappresentanza sembra funzionare come certi ombrelli economici: si aprono soltanto con il sole.

Poi scopriamo viaggi riservati, missioni improvvise, presenze imbarazzanti, incontri che finiscono sulle cronache. Qualcuno si ritrova in luoghi frequentati da personaggi discutibili e il massimo del sacrificio richiesto è una conferenza stampa.

Le dimissioni, ormai, sono diventate un reperto archeologico.

Però si organizzano le fiaccolate.

Si celebrano gli anniversari.

Si pronunciano discorsi solenni.

Le telecamere si accendono.

La retorica scorre abbondante.

E il giorno dopo tutto torna esattamente come prima.

Nel frattempo il Paese reale continua a vivere altri problemi.

Gli stipendi perdono potere d'acquisto.

Le famiglie vengono separate dai trasferimenti.

L'età media del personale aumenta.

Le caserme invecchiano.

Gli alloggi non bastano.

Il sovraindebitamento cresce.

La natalità crolla.

Il costo della vita aumenta.

Chi serve lo Stato spesso non riesce più a permettersi una vita dignitosa.

Eppure il dibattito pubblico preferisce occuparsi di slogan.

C'è chi parla di remigrazione.

Chi combatte guerre culturali.

Chi individua nemici di giornata.

Chi alimenta paure.

Chi divide.

Il gerarca prestato alla politica discute di grandi teorie identitarie mentre il graduato cinquantenne si domanda come pagare il mutuo.

Il militare pendolare si domanda come mantenere due case.

Il padre separato si domanda quando potrà vedere i figli.

La famiglia si domanda come arrivare alla fine del mese.

Ma questi problemi non producono like.

Non riempiono le piazze.

Non fanno audience.

Per questo diventano invisibili.

Gli elementi tossici sono ovunque.

Sono nella politica che recita.

Nell'informazione che urla.

Nei professionisti dell'indignazione.

Nei patrioti da salotto.

Nei moralisti a convenienza.

Nei burocrati che parlano di uomini senza conoscere la loro vita.

Nelle organizzazioni che difendono soltanto sé stesse.

Nelle tifoserie che sostituiscono il pensiero.

Nella retorica che sostituisce le soluzioni.

La nostra non è una rivoluzione politica.

Non è una rivoluzione ideologica.

È una rivoluzione culturale.

Consiste nel liberarsi.

Liberarsi dagli slogan.

Liberarsi dalle paure.

Liberarsi dai professionisti della propaganda.

Liberarsi dai venditori di rabbia.

Liberarsi dagli elementi tossici che invadono il Paese.

Perché l'Italia non ha bisogno di nuove parole.

Ha bisogno di stipendi dignitosi.

Di famiglie unite.

Di alloggi.

Di diritti.

Di tutele.

Di servizi.

Di rispetto.

Ha bisogno di persone che lavorino per il bene comune e non per il prossimo titolo.

Chi serve lo Stato non vuole privilegi.

Vuole dignità.

Non vuole retorica.

Vuole ascolto.

Non vuole slogan.

Vuole soluzioni.

Per questo la nostra rivoluzione culturale parte da una frase semplice:

Riprendiamoci la dignità.

Lavoriamo per vivere e non viviamo per lavorare.

Liberiamoci degli elementi tossici che invadono il Paese.

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