L'OPINIONE: "SINDACALISMO MILITARE" NATO PER MORIRE O PER DIVENTARE UNA VETRINA DI STUDI LEGALI E POLIZZE ASSICURATIVE? RIPRENDIAMOCI LA CULTURA DEL SINDACATO.

Il sindacalismo militare rischia di avviarsi verso il fallimento di un progetto che, dopo anni di battaglie per il riconoscimento dei diritti sindacali dei militari, avrebbe dovuto rappresentare una svolta storica.
Eppure oggi la domanda è inevitabile: quali sono diventate le vere priorità del sindacalismo militare?
Gli stipendi e la perdita del potere d'acquisto rispetto al costo della vita? Le future pensioni? Il futuro dei volontari? La carenza di alloggi demaniali? Le condizioni e la qualità della vita nelle caserme? Il riordino delle carriere, di cui ormai si parla pochissimo? Il FESI?
Sono questi, a mio avviso, alcuni dei grandi temi sui quali i sindacati militari dovrebbero battere i pugni e concentrare energie, risorse e capacità di mobilitazione.
Invece, troppo spesso, lo spettacolo che viene offerto sembra essere un altro.
DAI DIRITTI AI BUONI AMAZON
Assistiamo a una crescente competizione tra organizzazioni basata su buoni Amazon, convenzioni, sconti, polizze assicurative e servizi legali pubblicizzati attraverso video e social network.
L'assistenza agli iscritti e le convenzioni possono certamente rappresentare servizi aggiuntivi. Il problema nasce quando rischiano di diventare il principale elemento di attrazione di un'organizzazione sindacale.
Lo stesso vale per l'assistenza legale. È legittimo che un sindacato garantisca tutela ai propri iscritti ed è altrettanto legittimo che uno studio professionale svolga la propria attività. Ma il sindacato non dovrebbe trasformarsi nella vetrina commerciale di studi legali, assicurazioni e servizi.
Così come dovrebbe far riflettere un sistema nel quale si passa facilmente da un'organizzazione all'altra principalmente per cercare di portare avanti la propria istanza personale.
È legittimo tutelare il singolo. Ma quando questa dinamica diventa predominante, si corre il rischio di perdere il significato della rappresentanza collettiva.
«QUESTO MODO DI FARE SINDACATO NON MI PIACE»
Lo dico personalmente e assumendomene la responsabilità: a me, Girolamo Foti, questo modo di fare sindacato non piace.
Preferisco restare fermo alle idee e ai principi che hanno accompagnato la lunga storia del sindacalismo militare.
Penso ai movimenti dei militari degli anni Settanta e a quanti, quando parlare di sindacato nelle Forze Armate significava esporsi personalmente, hanno combattuto per affermare diritti e libertà che allora sembravano irraggiungibili.
Anche in tempi più recenti molti di noi hanno portato avanti queste battaglie attraverso il mondo associativo, pagando personalmente il prezzo delle proprie convinzioni, quando ancora non esistevano strutture sindacali riconosciute.
Poi sono arrivate le sentenze e, successivamente, il riconoscimento legislativo del sindacalismo militare.
Ed è comparsa improvvisamente anche una nuova generazione di presunti sindacalisti.
IL RISCHIO DI UN NUOVO COCER
C'è poi un secondo pericolo, forse ancora più serio.
Da una parte rischiamo di trasformare il sindacato in un'attività prevalentemente commerciale; dall'altra rischiamo di riprodurre proprio quel modello che il sindacalismo avrebbe dovuto superare: la vecchia politica del COCER.
Un sistema nel quale si preferisce essere disponibili, non disturbare, adeguarsi alle direttive e mantenere buoni rapporti con chi esercita il potere.
E chi decide di contraddire? Chi alza la voce? Chi critica apertamente? Chi sostiene una posizione differente?
Rischia di essere isolato, emarginato o, nei casi più estremi, allontanato dall'organizzazione alla quale appartiene.
Una situazione resa ancora più delicata, a mio giudizio, dai limiti di una legge sul sindacalismo militare che necessita di profonde correzioni.
IO RESTO UN SOGNATORE
Sarò un sognatore, ma continuo a credere nel modello originario: un sindacalismo fondato sui diritti, sulla rappresentanza, sulla libertà, sul confronto e, quando necessario, sulla lotta sindacale.
Un sindacato che non sia accondiscendente verso il potere politico o amministrativo di turno. Un sindacato che non insegua le mode e che non misuri la propria forza dal numero delle convenzioni, dai buoni regalo distribuiti, dalle polizze proposte o dalle visualizzazioni dei video promozionali.
La vera competizione dovrebbe essere su stipendi, pensioni, previdenza, carriere, FESI, alloggi, condizioni di lavoro, qualità della vita e futuro dei giovani militari.
Su questi temi dovremmo confrontarci. Su questi temi dovremmo anche dividerci, se necessario. E soprattutto su questi temi dovremmo avere il coraggio di battere i pugni.
Perché, se perdiamo tutto questo, rischiamo di perdere anche il significato stesso della conquista del sindacalismo nelle Forze Armate.
Il sindacato non è una televendita.
Il sindacato non è un catalogo di convenzioni.
Il sindacato è rappresentanza, diritti e battaglia collettiva.
E, almeno per quanto mi riguarda, il sindacato deve tornare a fare il sindacato.
Girolamo Foti
